40xCatania

Il racconto che segue è chiaramente un racconto di fantasia. L'assurdità di un doposcuola, di una palestra popolare, di una ciclofficina sgomberati da un esercito di poliziotti con la violenza, all'alba di un giorno del 2009 è così evidente che l'autore si scusa con i lettori per sottoporli alla noia di un' idea tanto balzana.
Ad ogni modo.
Tutte le citazioni tra parentesi sono tratte da “I Miserabili”, di Victor Hugo.


(“- E' Gavroche, - disse Enjolras.
- Ci avverte, - disse Combeferre.
Una corsa precipitosa turbò la strada deserta, si vide un essere più agile di un saltimbanco arrampicarsi sopra l'omnibus, e Gavroche piombò nella barricata tutto ansante, dicendo:
-Il mio fucile! Eccoli.”)


La luce, da lontano, pare quella gialla e bianca della fiamma ossidrica; si vede quel che si teme: lastre di ferro al portone principale, s'era sentito dire.
Invece è un faretto montato all'esterno, che illumina i volti preoccupati e sgomenti: - ma davvero stasera? Tra quanto? Domattina?
Il C.P.O. c'è ancora: si sporge tra i visi fin dentro l'ingresso, come per rassicurarsene; c'è ancora il bar, la sala grande.
Cammina fino alla palestra. Il tatami è ancora lì.
Quelli di Greco Romana, come al solito, hanno saltato il turno di pulizia.
Si sorprende a pensare che, forse, salterà anche quello della settimana prossima.
Ha una visione veloce del tatami rivoltato e strappato, delle macchine per i pesi abbattute e smontate, i manichini per l'uchi-komi sventrati.
Lo faranno? Se sgomberano, lo faranno?
Avranno rabbia o rispetto?
“Bene:”,si dice “non è il momento.”

-Siamo innanzitutto orgogliosi di vedervi qui, del vostro sostegno.
A semicerchio, nella luce morbida della sala grande: i pouf multicolori e sopra i rappresentanti di tutte le associazioni, di tutti i partiti, di tutti i centri sociali di sinistra catanesi.
E' strano, pare una riunione di collettivo; ma a guardare meglio si scorgono volti più lontani degli altri: l'angolo chiuso e basso delle labbra di Bossuet, Coumberferre che indica il tatami e muove le mani a scatti, come un burattino:
-Dovremmo portarlo via.
Che dite, lo portiamo via?
Una materassina a testa.
Ce la potremmo fare.
Enjolras gli batte una mano sulla spalla, come ad un padre che veda i figli condannati.
Ci sono voluti due anni per mettere insieme un tatami tanto grande e bello e funzionale.
Distoglie lo sguardo, torna alla riunione.
Sono le otto di sera, e sono tutti qui.
C'è tutta Catania.
Più tardi, sulle barricate, saranno meno.


(“Frattanto, in pochi minuti, venti sbarre di ferro erano state divelte dall'inferriata della vetrina dell'osteria, dieci tese di strada erano state disselciate; Gavroche e Bahorel avevano preso al varco e rovesciato il carretto di un fabbricante di calce chiamato Anceau, il carretto conteneva tre barili pieni di calce che essi avevano messo sotto pile di selci […] Nulla può uguagliare la mano popolare per costruire tutto quello che si costruisce demolendo.”)


Perché di barricate, si tratta.
Bossuet è nervoso: ha passato una mattinata intera di lavoro, per sistemare il bagno turco dell'Experia, e non la manda giù.
L'ha mormorato più volte, pensando alla parte per il tutto: lui e gli altri hanno ridipinto, ricostruito, ripulito, allestito, protetto e aperto il C.P.O. al quartiere.
Non sopportano l'idea della devastazione, delle lastre di ferro, del tatami smontato, la ciclofficina in palta, il ring per la boxe ancora da finire.
In particolare Bossuet: se è nervoso, Enjolras dorme, Coumberferre ride come un idiota; Bousset non può fare a meno di costruire.
-Non so se c'è abbastanza legna.
-Per la barricata frontale?
-No... per quella basta.
Dico per far sfogare Bossuet.-
-Ma dove sono gli altri della riunione?
-Tornano. Tornano tutti alle quattro del mattino.
Alle quattro arriva la cavalleria.
È come si dice; la barricata cresce in fretta, sotto il nervosismo di Bossuet: gli portano fuori legna, assi, ferri, come a dargli da mangiare, e lui li divora, li inchioda, li incastra.
Sembra solo, ma non lo è: l'Experia si circonda in mezz'ora di ferro e legno, e via Bambino, alle spalle, è sbarrata in fretta.
-Gavroche! Le barricate! Come ne “I Miserabili”. Da non crederci.
Gavroche è piccolina: ha il viso che oscilla sempre tra dovere e infanzia.
La bocca una barricata, e dietro l'assalto festoso dei desideri, nascosti tra i vicoli verdi delle sue iridi.
-Dai, Prouvaire: lavora! Prendi le assi, metti fuori tutto quel ferro!
Non vuoi mai fare un cazzo! - dice la sua bocca sempre piena di dovere.
Ma gli occhi scintillano d'allegria al pensiero di vivere un capitolo ottocentesco, e Prouvaire sorride agli occhi.
Coumberferre ed Enjolras non ci fanno caso. Dormono sul tatami dietro la sala dei concerti, e intanto sotto le palpebre si disegna grigia la trama polverosa di uno swing anni venti, ed i colpi secchi del biliardino.
Il C.P.O. sembra immerso in una festa, ed in realtà è una veglia.
Hanno le barricate, ma non tutti credono che arriveranno oggi.
-Non si aspettavano le barricate.
-Non me le aspettavo neanch'io.
-Gavroche! Le barricate! Come “I Miserabili”.
-L'ho capito, Jean: l'ho capito.
-Ahi, Gavroche: non farmi lo scherzo di intonare stornelli davanti alla Digos, eh?
-Cretino.
Risa, biliardino, swing.
E' vero: chi aspetta dietro le barricate è allegro in modo strano.
Sul tatami, a mezzo risvegliati dall'allegria dell'assedio atteso, ascoltando i rumori di Catania, lui e pochi altri tentano di controllare nel buio un nervosismo silenzioso, alla bocca dello stomaco.
Lo sente avvampare, poi sparire e riprendere: l'ansia è come una strana infiammazione.
Ruba il sacco a pelo a Cosette e se lo mette sotto la guancia, voltandosi sul fianco.
“Al diavolo” pensa “se le serve, lo verrà a cercare.”
Poi pensa: “Ma perché è qui, lei?”
E quegli altri, una decina, che con il C.P.O. non c'entrano “fino a questo punto”.
Prova stima per loro, ed il senso di colpa per aver rubato il sacco a pelo di Cosette contribuisce a tenerlo sveglio.

(“Una singolarità di questo genere di guerra, è che l'attacco alle barricate è quasi sempre frontale, e che di solito gli assalitori si astengono dall'aggirare le posizioni, sia per timore di un'imboscata, sia per non volersi addentrare in vie tortuose.”)

Non vengono.
Non verranno.
Se ne parla domani.
-E' peggio.
Adesso Bossuet deve rimettere dentro tutta quella roba...e domani rimontare tutto. Mica possiamo lasciare il quartiere così. Dovremo anche spazzare il marciapiede...-
Le vedette danno tutto tranquillo.
Sono le 4.30, è l'orario previsto per l'attacco: tutti drizzano le orecchie, tutti scrutano l'ingresso del Plebiscito.
-Non vengono.
Domani. Sarà domani.-
Alle 5.00 lo scherzo e l'allegria mutano colore, ne prendono uno più sano; arrivano i cornetti, si ride bene e tranquilli.
Pare nuovamente impossibile che l'Experia venga sgomberato: si guarda la barricata, fuori, come un sogno bizzarro di ferro e legno, materializzazione del nervosismo di Bossuet, Enjolras, Coumberferre e tutti gli altri.
Tre falsi allarmi, nella notte passata:
La sirena del megafono partita per caso, che quasi uccide il cuore di Prouvaire, risvegliato di botto.
Coufeyrac che risponde al telefonino preoccupato, e scappa fuori seguito da tutto il C.P.O. che immagina la chiamata di una vedetta.
Ed infine, una pattuglia di carabinieri all'orizzonte.

-Eccoli. Fuori.

Sono quasi le 6.00, e nessuno credeva che accadesse, ormai.
E infatti non accade: si blocca la strada, si riempie la barricata, si comincia ad urlare.
Ma sembra una pattuglia dispersa.
Fa anche un po' pena: se avesse la faccia sarebbe una smorfia bassa e preoccupata; se avesse una coda la terrebbe tra le ruote.
Dopo un po' fa retromarcia.
-Non vengono. Non verranno.
-Questi s'erano persi.
-Poveri sfigati.
Il cordone scioglie le braccia.
E loro arrivano.
Voltano l'angolo nel buio un po' incerto e freddo, e si stenta a crederci: è come un tremolio trasparente e azzurro che si confonde ai resti della notte.
Camminano.
Una parte irrazionale di lui prende quella calma per un buon segno. Forse fanno altro.
Paiono tranquilli. Forse si spostano altrove.
Poi il tremolare azzurro diviene una selva di caschi, il trasparente una schiera di scudi.
E ad alternarne i colori, le lingue scure e lunghe dei manganelli.
-Arrivano veramente, allora.
-Arrivano. Stavolta mi sono sbagliato.- dice Enjolras, con il suo tono pensoso.
La cavalleria non è arrivata. Chi ha fatto la notte ora è circondato.
Scudo, visiera, volto, casco azzurro, tutt'intorno alla barricata.
Si tratterà di spintoni, hanno le mani alzate, sono disarmati, proteggono il quartiere: non sé stessi.
-Dev'essere soltanto una notifica di sgombero...tranquilli...non vorranno caricare.
-Pare strana, come notifica.
Prouvaire non ha il tempo di dirlo, che le manganellate cadono dalle seconde file; mani anonime: i colpi sembrano quasi leggeri, quando calano.
Un tratto nero e arrotondato che fischia nell'aria: lo guarda affascinato.
Poi sente il colpo abbattersi sulla testa del compagno accanto; si schianta con un rumore piatto, disgustoso, sulla sua fronte: e quello crolla.
Sangue, stupore e urla; altri manganelli, come serpi improvvise, si rizzano dalle seconde file: nessuno reagisce. Mezz'ora di lotta nella barricata di Bossuet.
Anzi, di Resistenza.
La barricata regge bene, le fronti dei compagni un po' meno.
Si stupisce che nessuno reagisca, ed in questo stupore la rabbia cresce con più forza.
Pensa: per non reagire a questo, dietro questa barricata c'è veramente la gioventù migliore, la più buona. Sente un colpo sfiorargli la mano.
“Ah, ecco. Com'è che ancora non mi hanno colpito?”
Si sporge in avanti, rimuginando quei pensieri, e si chiede perché loro non se ne rendano conto e continuino a picchiare.
Inizia a urlarlo: -Perché? Siamo disarmati! Perché?
Non pare molto utile.
Poi il gruppo “sente” la presenza della polizia alle spalle: la barricata ha ceduto, e sono circondati.
Come nei manuali di storia, quando si descrive l'accerchiamento: è una sensazione fisica collettiva; voltandosi e dividendosi per rinforzare la retroguardia gli spazi si allargano, i corpi non sono più uniti e schiacciati.
Improvvisamente tutti comprendono, fisicamente, che è finita: anche quelli che non hanno potuto guardarsi alle spalle.
Se vogliono, adesso li macellano. Scuola Diaz?
È questo il problema delle barricate: se cedono, diventano trappole; era così nell' 800, è così adesso.
La retroguardia alza le mani, osserva i manganelli.
Non si sollevano.
È finita.
Teste rotte, sangue, e Gavroche che non è morta, ma è svenuta.
Un altro compagno è a terra, la felpa rossa sollevata sul ventre.
L'ha avuto accanto, ed ha visto il suo casco colpito sette volte con forza mentre tentava di trascinarlo indietro, chiedendosi se fosse ancora cosciente.
Adesso che lo vede a terra, senza quella protezione che gli ha salvato la vita, pensa: Carlo Giuliani.
Nello stordimento della mattina cerca di accostare quel corpo disteso allo sgombero di un doposcuola, ma la cosa gli pare tanto grottesca da essere sacrilega.
Poi il compagno si rialza, sostenuto e rotto.

Come il C.P.O., insomma.



Salvatore La Porta is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

Tag: del, experia, plebiscito, via

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